La negazione della ragione

I tecnici hanno deciso che la pillola abortiva può essere distribuita. Perché mai una decisione di questa portata e di questa natura spetti a dei tecnici in realtà non si capisce. Il fatto, peraltro, che la decisione sia stata assunta a maggioranza, cioè con un criterio politico, contraddice già di per sé l’assunto della oggettività e neutralità della scelta.
9 AGO 20
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I tecnici hanno deciso che la pillola abortiva può essere distribuita. Perché mai una decisione di questa portata e di questa natura spetti a dei tecnici in realtà non si capisce. Il fatto, peraltro, che la decisione sia stata assunta a maggioranza, cioè con un criterio politico, contraddice già di per sé l’assunto della oggettività e neutralità della scelta. Affidare a organismi cosiddetti tecnici decisioni difficili e controverse è una forma abusata di deresponsabilizzazione, che esprime una tendenziale sottomissione della sovranità politica e democratica, che in qualche modo deve fare i conti con i dilemmi morali e culturali della vita e della morte, a una tecnocrazia che trae il suo potere dall’insistita indifferenza verso la persona umana. E’ in questa tendenziale dimissione dalla responsabilità umana che nasce la prevalenza di quel che si può tecnicamente fare su quel che è umanamente ragionevole fare. Non è, come dicono gli scientisti, che sono il contrario degli scienziati, uno scontro tra la ragione tecnica e la fede cieca. Si tratta di una negazione della ragione umana, nella sua ampiezza di ricerca e di motivazioni, a vantaggio di un dominio sostanzialmente irrazionale della tecnocrazia irresponsabile politicamente.
Si può combattere questa deriva che si ammanta di chiacchiere progressiste nel proclamare la nullità del valore della vita e nel sottomettere le donne alla solitaria autodistruzione del futuro che portano in sé in nome di un utilitarismo sciagurato che ne annulla la libertà di scegliere la vita? Si direbbe una battaglia contro i mulini a vento, condotta da condizioni di disperata minoranza e di isolamento internazionale. E’ proprio così? Senza impigliarsi in questioni meramente giuridiche, che altri tecnici sanno perfettamente come manipolare, si può chiedere alle istituzioni, nazionali e internazionali, alle chiese e alla cultura umanitaria di riappropriarsi della loro responsabilità? Non sarà facile ottenere risposte e non saranno risposte incoraggianti in molti casi, ma la domanda più semplice, quella che vuole sapere che valore si dà alla vita e alla persona umana, può diventare come la goccia che scava le pietre. E’ una domanda che non vogliono che sia posta, che viene definita scorretta e ricattatoria, perché coglie l’assurdità di una società tecnologica che trasforma in merce la vita, per poi poterla trattare “tecnicamente”, cioè com’è sempre più chiaro irragionevolmente. Per questo si può e si deve continuare a porla.